
Aprì la porta e si parò un mortificante cielo color ocra e un paesaggio di macerie e distruzione, un silenzio grave, enorme, più pauroso della porzione di vita che si era portato via, dei volti che aveva cancellato, soffocante come una bocca traboccante di sabbia che la ingoia.
Si, la guerra era finita; iniziata con un conflitto inatteso, sleale, senza dichiarazione,senza un perché buono da giustificarsi, all’ombra di alberi e palline,proprio quando gli animi si dovrebbero aprire in una sorta di spugna espansa, e accogliere.
I primi attacchi a bruciapelo erano mirati a casaccio,ma avevano colpito esattamente, il centro nevralgico, passando dal punto cieco, trapassando le spalle.
Alla sua richiesta di spiegazione, gli fu risposto che guerra non era, ma bensì esercitazione che non era destinata a colpire nessuno, nonostante il topo si ritrovasse con tutti gli arti frantumati.
Poi ancora altro imponente attacco, da quale parte provenisse si non sapeva; le schegge delle bombe che si tolse dalle carni non erano marchiate da nessuna bandiera ma puzzavano di un marcio inconfondibile.
Un proclama a propria difesa dal nemico era volto a confermare la propria complicità e estraneità, insinuando però con ignobile vigliaccheria che fosse proprio la nazione neutrale vicina ad aver sferrato quel feroce attacco alle terre del topo.
In quella confusione le difese cedettero e fu proprio in quel momento che un’atomica con il sorriso gli fu sparata direttamente in faccia.
Con il sorriso…riflettè.
Capì l’assurdità di quella indefinibile cosa, quella devastazione non era altro dovuta che al festeggiamento di una nuova alleanza, una sorta di lancio di fuochi d’artificio che aveva mietuto ,solo dalla sua parte, vittime in ogni dove, un mero, insano, guardare brindando fiammate sotto le stelle.
Bisognava atteggiarsi cosi per resistere: terribili, stupidi, crudeli, usare le stessarmi e l' inganno avevano usato contro di lui; solo cosi avrebbe avuto un benché minima speranza di salvare anche un solo pezzo della coda.
Una vampa accese il topo di una follia di un numero sconfinato di megatoni, prese tutto l’armamentario e come un kamikaze corse verso il nemico e si fece esplodere.
Vano fu il tentativo , l’armamentario che fece esplodere era scomposto di sole parole…un petardo per sordi.
C'era una volta una bambina, una bambina coi capelli riccioluti. Una piccola medusa con i capelli di serpe. Nessuno vedeva i capelli che portava , un manto di invisibilità la proteggeva. Appariva solo piccola e indifesa, bisognosa di cure. Un giorno un gorilla si fermò impietosito dallo sguardo di latte e miele, le si sedette accanto per farle compagnia e l'abbracciò. Ma la bambina era affamata e non avendogli offerto lui nessun biscotto liberò le sue serpi invisibili che cominciarono a succhiare il sangue di quel povero animale dal cuore di cristallo, più lui l'abbracciava più perdeva le forze. Alzando lo sguardo lui però vide con ribrezzo che gli mancavano una gamba e un braccio , si liberò dalla stretta della bambina mangiona e corse via imprecando maledizioni al Dio dei Gorilla, il quale ascoltò con malcelato sdegno le urla di vendetta . La bambina continuò a camminare per il paese lamentandosi ad ogni passo, oramai l'energia del gorilla stava finendo e lei aveva ancora fame. Fu così che si accasciò per terra a piangere come una fontana e un topolino che stava passando di li, nonostante fosse affamato e infreddolito e sapesse di dover tornare a casa, si impietosì e si fermò ad ascoltare le lacrime della bambina. Ma la bambina egoista senza curarsi di una piccola vita che si offriva a lei , ancora una volta liberò le sue serpi e cominciò a succhiare ogni alito vitale del povero topo. Il topolino cominciò a sentire freddo, ma così tanto freddo che cominciò a tremare tutto ma alzando lo sguardo con la coda nell'occhio, che si sa aiuta sempre chi sta nei guai, vide le serpi che si avventavano su di lui. Allora si alzò sulle zampette e corse via non senza aver recitato una preghiera al Dio dei topi affinchè facesse giustizia al roditore ingannato. Le preghiere come bolle fatate salirono verso il cielo, lievi e pesanti insieme. Lente, lente senza fretta. Si unirono danzando, in un dolce ballo fatto di vendetta e tristezza. Quando la danza finì esse si unirono alle nuvole. Come per magia, una musica lenta inebriò l'aria rarefatta di marzo e i fiocchi cominciarono a cadere, uno dopo l'altro, bellissimi, ogni fiocco era diverso dall'altro e con meravigliato stupore si poggiava a terra sorridendo. La bambina alzò lo sguardo al cielo : " com'era bello tutto quel bianco, chissà se si poteva mangiare" , cominciò anche lei a danzare, come avevano fatto le nuvole, prima di lei. E più danzava, più sentiva freddo, più sentiva freddo e più danzava. E venne la notte, con il suo giocoso mistero senza essere annunciata, come l’ Ananke che tutto sa e tutto vede. Il giorno dopo i contadini uscirono all'alba di gran lena, nonostante il freddo la giornata cominciava per tutti. Quello che videro non li sorprese più di tanto , avendo più saggezza loro di un potente re. Una statua di ghiaccio sovrastava la piazza del paese: una bambina con delle serpi in testa roteava immobile danzando la sua insulsa e effimera gioia. Uno di essi si fermò sorrise e disse sussurrando: “la vendetta arriva sempre con il freddo”, e proseguì il suo cammino guardando il sole che si affacciava sui campi e che avrebbe, si sa, presto cominciato a sciogliere i ghiacci.
Le favole si sa , sono favole, la vita è ancora più dura: tanti auguri signorina, di cuore, che lei riceva in cambio quello che ha donato. Che lei possa ottenere quello che gli altri desiderano per lei, che lei provi quello che gli altri hanno provato, nella speranza che questo, come ogni vita che si rispetti, le insegni qualcosa ma alleggerisca il cuore di chi si è fidato. Amen.
un grazie speciale per questo regalo a S. che la terra le sia leggeraGli uscì un ansimare fioco di parole intrecciate che poco di chiaro e divino avevano.
Rizzò il busto fino a trovarsi a sedere con le gambe distese per terra e mormorò: “massì, che ci importa di questo mondo che di pulito ha solo i fantasmi.” gettò la mezza sigaretta a terra come se l’intero globo fosse intriso di benzina, ma poi ripensò al pacchetto di Gauloises triste e disabitato e esclamò acido: “la mia livrea da barbone per una bionda assassina fumante ” .Dovette appoggiare l’intera schiena , il capo, e distendere il braccio destro per arrivare alla cicca che si mise in fretta in bocca e si ritrovò completamente supino a guardare il cielo di notte.
Un alone più chiaro stanava, attraverso la foschia, l’unghia della luna che voleva una preghiera da lui, ma lui tacque.
Il dolore passò.
L’aveva vista davanti al rock bottom dove il ragazzotopo era solito sbirciare avidamente la vetrina delle nuove uscite.
Stava dei buoni 10 min per stilare un immaginaria lista dei cd che non si sarebbe mai potuto permettere di comprare
Anche Lei era li in attesa della sorella che stava tardando, molto cortesemente ,cercava di seguire gli spostamenti del ragazzotopo per spostarsi in modo da non parargli il bersaglio, ma la cosa stava diventando una specie di imbarazzante balletto,il ragazzotopo immerso come era nel suo shopping immaginario non se ne era reso minimamente conto, fino a che la ragazza le dette una buffetto sulle spalle per attirare la sua attenzione e gli sorrise.
Il ragazzotopo si girò di scatto infastidito, con intenti bellici quasi, ma quando la vide un onda calda gli penetrò l’iride fino a arrivargli alle mani. Cuore, ipotalamo.
Lo colse di sorpresa quella sensazione potente e fluida che lo stava trapassando rallentandolo, tanto che sembrò rimanere nella stessa posizione per un periodo di tempo abbastanza lungo da poter sembrare impedito fisicamente.
Quegli occhi verde metallizzato lo tenevano in pugno telecineticamente , quell ovale non proprio perfetto era coperto da una pelle elastica e levigata, struccata e pulita.
Quella enorme semplicità in quel esempio di bellezza lo imbarazzavano; sensazione l’imbarazzo che non provava spesso.
Vide dietro quegli occhi: erba fresca,nei suo capelli i riccioli di vinile che talvolta trovava quando apriva un vinile 33 giri appena scartato, vide pulizia, ordine di cose buone.
Fame, è la parola giusta; stava sentendo lo stomaco svuotarsi ma non gli importava, anzi gli piaceva.
Ancora lei lo stava guardando sorridendo e gli disse: “a me piace molto Sebastien Schuller”
Il ragazzotopo non potè immaginare quella ragazza con ali di farfalla per la paura che volasse via.
(Alla Jedi più gentile dell'orlo esterno)
Azzurro Pigiamino
Presidiare un avamposto è silenzio, solitudine e infinita attesa. E' scrutare il cielo, osservare il movimento dei corpi celesti e delle navi di passaggio. Molte di quelle che passano di qui sfrecciano via, ignare dell'esistenza dell'avamposto, altre invece vengono a cercare e rilevare segni della nostra presenza.
Stavo come di consueto col naso all'insù, due sere orsono, nella piccola e confortevole cupola d'osservazione della torre radar, quando vidi un puntino lassù, piccolo e luminoso, dirigersi da questa parte. Non un cargo, no, era troppo piccino, e neppure un caccia, perchè troppo lento. Andava facendosi sempre più vicino e mi chiesi chi potesse essere tanto sconsiderato da solcare la galassia esterna su di un simile, inadeguato mezzo.
Attraccò dolcemente alla piattaforma una macchina volante, piccola e carina come mai ne avevo viste prima, e ne discese un ragazzo topo. Strano tipo, pensai lì per lì. Mi ispirava, tuttavia, tenerezza e un senso indefinito d'affetto e d'amicizia. Fosse stato in realtà un nemico, avrei pagata cara questa mia leggerezza di sentimenti, quest'imprudenza nella valutazione.
Ma non era un nemico, tutt'altro. Aveva attraversato gli Anelli, partendo da dove chissà, per portarmi un regalo. L'inatteso dono era un titolo di post. E nemmeno nuovo: un titolo usato, di seconda mano. Era quello stesso titolo che avevo tante volte letto e riletto in cima ad uno dei suoi post, uno di quelli che rileggo all'infinito e che mi fanno venire il magone.
Mi piaceva, quel titolo color pastello, che mi emozionava ogni volta con immagini di dolcezza e di infanzia, di assenza di dolore e di serenità e profumo di borotalco. Ogni volta me ne riempivo gli occhi come quando si guardano le vetrine della grande città, piene di cose belle, forse inutili, forse troppo care per le proprie tasche, ma così belle e colorate da ingolfare l'anima e, per qualche momento, togliere i pensieri. E rimasi delusa nel vederlo, un giorno, messo da parte, soppiantato da un'altro titolo, anch'esso bello, ma che in me non suscitava nulla.
Lo dissi al ragazzo topo, così, giusto per fargli sapere di quanto quel vecchio titolo m'era piaciuto e della delusione nel vederlo messo via. Egli, che si definisce un perdente ma che ha il cuore gonfio di meraviglie, prima tra tutte la generosità, decise di farmene dono. Generosità, sì, perchè un titolo è qualcosa di infinitamente intimo, di strettamente personale e di certo solo un generoso potrebbe privarsene.
Accettai quel regalo con gioia, unica amarezza quella di non poter contraccambiare, e lo vidi ripartire sulla sua piccola macchina volante.
Oggi, però, ho deciso. Non c'è miglior modo di onorare un titolo (e di contraccambiare quel regalo) che il metterlo là dove deve stare: in cima ad un post.
A chi dovesse passare di qui ed accorgersi d'aver già visto quel titolo da qualche altra parte: sappiate che non l'ho rubato e, per cortesia, non storcete il naso se il post non è all'altezza dell'originario. Meglio di così non saprei fare. Dopotutto questo è l'ultimo avamposto Jedi, e non siamo avvezzi alla poesia.
A me: finalmente adesso, quando scruterai il cielo lassù, a rallegrare quest'Orlo Esterno di pianeti deserti e cupe stelle, come un vaporoso fiocco color pastello in capo ad un regalo ben incartato, ci sarà un bel titolo azzurro pigiamino.
Sperava in una fine felice, in un fine addio,elegantemente citato, qualcosa che ricordasse la crostata di ricotta, il suo ripieno e non la pasta frolla scondita.Sperava nell’aiuto di quella stupida della fortuna che è come le banche:presta soldi solo a chi le ha.Aveva vissuto con l’enorme presunzione/speranza di essere destinato a far qualcosa di diverso , che lo svegliava con il sorriso tra le chiappe e ruggente come un coniglio gigante, ma tutto ciò le sue mani in mano non glielo avevano permesso.Aveva forse avuto dei talenti: ingoiare il contenuto di una lattina da mezzo litro in 12 sec spaccati, scrocchiarsi in un colpo solo bracci , dita, colloe mandibola , provocando uno strano agghiacciante rumore, riuscire a camminare con le stampelle ortopediche senza toccare i piedi per terra, ma tutto questo non la avevano portato a alcun successo nella sua piccola vita.
Chissà se fosse passato un circo in città…
Ti ricordi poi fuori tra il caldo e il freddo senza premure, senza lana sulla pelle e cappello, a mille all’ora su e giù per l’azzardo di tubi sfondati e gomme finite, riponendo gli anni in qualche tasca bucata, come quando ci si scordava di mangiare fissando il frigo, quando si poteva scappare con una semplice fuga aprendo una porta.Altri gioielli da lucidare nella testa, più semplici da tenere incartati nella fantasia. E ora si ride dei giorni che riusciamo a passare insieme su questo universo conosciuto, con la paura di varcare il passaggio che il mistero ci mostra poco a poco.
Ancora quanti panini e birre, quante docce, quante candeline sul cellophane dei prodotti dolciari?
Quanto sale e pepe e cenere sulla testa?